Suicidio assistito, due medici sotto accusa per la “dolce morte” di un ex magistrato calabrese

 

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Un’inchiesta per concorso in omicidio colposo a carico di due medici sta per essere conclusa dalla Procura di Pesaro. L’accusa è di aver determinato o consentito per negligenza il suicidio assistito dell’ex magistrato calabrese Pietro D’Amico, 62 anni, depresso, convinto di avere qualche grave malattia. Per questo aveva cercato in tutti i modi di ottenere l’autorizzazione per il suicidio assistito. Che mise in pratica a Basilea l’11 aprile 2013. Per farlo – secondo quanto riportano le pagine locali del Resto del Carlino -, si presentò in un centro in Svizzera, con due certificati medici a firma del dottor Antonio Lamorgese, 59 anni, di Fano (per la malattia), e della dottoressa Elisabetta Pontiggia di Pavia (per la terapia farmacologica), che prospettavano un decorso nefasto. Ma in realtà non era malato.
La famiglia (moglie e figlia), scoprirono da una telefonata della dottoressa basilese che il loro caro era “morto a Basilea per suicidio assistito come su sua richiesta”. Quindi bloccarono, attraverso degli avvocati svizzeri, la programmata cremazione chiedendo l’immediata autopsia. Che rivelò come D’Amico soffrisse solo di diabete e poco altro. Nulla di “terminale”.
Il medico italiano Lamorgese che ha prodotto la documentazione si difende così: “Lo scrissi perché mi aveva spiegato che voleva andare in pensione dalla magistratura prima del tempo ed aveva bisogno di una documentazione di questo tipo. Mi aveva anche detto un paio di volte di voler andare in un centro vicino a Basilea dove avvenivano dei suicidi assistiti ma fu un argomento subito archiviato”.