Alla scoperta di Pentedattilo, ‘la mano del gigante’

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Pentedattilo (Πενταδάττυλο, Pentadàttilo in Greco di Calabria) è una frazione del Comune di Melito Porto Salvo, nella Città Metropolitana di Reggio Calabria. Il piccolo borgo incastonato tra le montagne aspromontane della costa jonica, è uno dei luoghi più suggestivi e misteriosi dell’intera Regione e ambita meta turistica. Fino al 1811 è stato comune autonomo.
Posto a 250 metri s.l.m. Pentedattilo sorge arroccato sulla rupe del Monte Calvario, dalla caratteristica forma che ricorda quella di una ciclopica mano con cinque dita, e da cui deriva il nome del borgo in lingua greca πέντα-δάκτυλος (traslitterato pènta-dàktylos), cioè “cinque dita”.
Quello che era l’antico paese è risultato, per un lungo periodo, quasi del tutto abbandonato, tanto da meritarsi l’ appellativo di “paese fantasma”: la popolazione era infatti migrata leggermente più a valle formando un nuovo piccolo centro.

Invece negli ultimi anni nel piccolo borgo di Pentedattilo sta risorgendo una serie di attività: dalle attività associative, agli artigiani locali che hanno aperto alcune botteghe per la vendita di prodotti tipici. In prossimità del centro storico sono presenti la Chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo e  la Chiesa della Candelora. E’ ben collegato ds Melito, con servizi di navetta per i turisti e sono attivi sul posto ristoranti, agriturismo e B&B.
Ogni estate Pentedattilo è tappa fissa del festival itinerante Paleariza, importante evento della cultura grecanica (Essendo ubicato anche in quella che viene definita “Area Grecanica”) nel panorama internazionale. Inoltre ospita tra agosto e settembre il Pentedattilo Film Festival, festival internazionale di cortometraggi.
Nella seconda metà del XVII secolo il paese di Pentedattilo fu teatro di un crudele misfatto noto come Strage degli Alberti, riportato alla luce dal romanzo di Andrea Cantadori “La tragedia di Pentidattilo”.
Protagonisti di questa vicenda furono i membri di due nobili famiglie; quella degli Alberti, marchesi di Pentedattilo, e quella degli Abenavoli, baroni di Montebello Ionico ed ex feudatari di Pentedattilo.
Fra le due famiglie per lungo tempo vi era stata un’accesa rivalità per questioni relative ai confini comuni; tuttavia verso il 1680 le tensioni fra le due casate sembravano andare scemando sia per pressioni del Viceré, che intendeva pacificare la zona, sia perché il capostipite della famiglia Abenavoli, il barone Bernardino, progettava di prendere in moglie Antonietta, figlia del marchese Domenico Alberti.
Nel 1685 il marchese Domenico morì e gli succedette il figlio Lorenzo, che alcuni mesi dopo la morte del padre sposò Caterina Cortez, figlia di don Pedro Cortez, consigliere del Viceré di Napoli, Gaspar Méndez de Haro y Guzmán. In occasione di tale matrimonio da Napoli giunse in Calabria un lungo e sontuoso corteo che comprendeva, oltre alla sposa, don Pedro Cortez con la moglie e il figlio Don Petrillo Cortez. Don Petrillo ebbe quindi occasione di conoscere Antonietta e, rimasto dopo le nozze con la madre a Pentedattilo, causa una sua improvvisa malattia, ebbe l’occasione di frequentarla e di innamorarsene; chiese dunque a Lorenzo di poter sposare Antonietta ed il marchese Alberti acconsentì alle nozze della sorella.
La notizia del fidanzamento ufficiale fra Don Petrillo Cortez e Antonietta Alberti mandò su tutte le furie il barone Bernardino Abenavoli che, ferito nei sentimenti e nell’orgoglio, decise di vendicarsi su tutta la famiglia Alberti. Nella notte del 16 aprile 1686 Bernardino, grazie al tradimento di Giuseppe Scrufari, servo infedele degli Alberti, si introdusse all’interno del castello di Pentedattilo con un gruppo di uomini armati. Giunto nella camera da letto di Lorenzo, lo sorprese durante il sonno sparandogli due colpi di archibugio e finendolo con 14 pugnalate.
In seguito, assieme ai suoi uomini, si lanciò all’assalto delle varie stanze del castello uccidendo gran parte degli occupanti compreso Simone Alberti, fratellino di 9 anni di Lorenzo, mortalmente sbattuto contro una roccia. Da tale massacro furono risparmiati Caterina Cortez, Antonietta Alberti, la sorellina Teodora, la madre Donna Giovanna e Don Petrillo Cortez, preso in ostaggio come garanzia contro eventuali ritorsioni del Viceré verso gli Abenavoli.
Dopo la strage Bernardino trascinò nel suo castello a Montebello Ionico l’ostaggio Don Petrillo Cortez e l’amata Antonietta, che sposò nella chiesa dittereale di San Nicola il 19 aprile 1686. La notizia della strage in pochi giorni giunse al Governatore di Reggio, quindi al Viceré che inviò una vera e propria spedizione militare. L’esercito, sbarcato in Calabria, attaccò il Castello degli Abenavoli, liberò Petrillo e Antonietta Cortez, e catturò sette degli esecutori della strage (compreso lo Scrufari), le cui teste furono tagliate ed appese ai merli del castello di Pentedattilo.  Il barone Abenavoli, grazie a vari espedienti e appoggi, riuscì a sfuggire alle truppe del Viceré insieme ad Antonietta e, dopo aver affidato la moglie ad un convento, scappò prima a Malta ed in seguito a Vienna dove entrò nell’esercito austriaco. Nominato capitano, fu ucciso da una palla di cannone durante una battaglia navale il 21 agosto 1692.
Antonietta Alberti, il cui matrimonio con Bernardino fu annullato dalla Sacra Rota nel 1690 perché contratto per effetto di violenza, finì i suoi giorni nel convento di clausura di Reggio Calabria, consumata dal dolore e dell’angoscia di essere stata lei l’involontaria causa dell’eccidio della sua famiglia.

La storia della Strage degli Alberti nel corso dei secoli ha dato origini a varie leggende e dicerie. Una di queste afferma che un giorno l’enorme mano si abbatterà sugli uomini per punirli della loro sete di sangue. Un’altra dice che le torri in pietra che sovrastano il paese rappresentano le
dita insanguinate della mano del barone Abenavoli (per questo motivo Pentedattilo è stata più volte indicata come “la mano del Diavolo”). Un’altra infine narra che la sera, in inverno, quando il vento è violento tra le gole della montagna si riescono ancora a sentire le urla del marchese Lorenzo Alberti, mentre nelle sere di sola luna piena, si possono udire lamenti provenire dall’alto della montagna: probabilmente si tratta dei morti che, dall’aldilà, reclamano vendetta.