Storia di Calabria

 Basterebbe solo guardarsi attorno, osservare le nostre colline, fare magari una passeggiata all’aria aperta per scoprire la peculiarità del nostro paesaggio, a volte selvaggio e incontaminato, colorato dall’argento dei propri ulivi, gli alberi sempreverdi e molto longevi di cui la Calabria ha fatto il suo punto di forza dell’economia regionale. Oggi, infatti, è ai i primi posti tra i produttori di oli italiani.

La presenza dell’ulivo è documentata almeno sin dal tempo dei Greci, tra l’ VIII e il VII secolo a.C., quando la pianta arrivò nell’Italia meridionale importata dall’Asia Minore, ma si deve ai romani, con l’introduzione di importanti innovazioni e il perfezionamento delle tecniche olearie, l’enorme sviluppo e la diffusione di questa cultura antichissima. Ma è sicuramente grazie ai nostri nonni, uomini di altri tempi, che ci viene trasmessa, quasi geneticamente, la sana passione per le olive, o meglio per la raccolta delle olive da cui fare un buon olio. Quali migliori tecniche utilizzavano per produrre l’olio?

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Quante fatiche dovevano sopportare prima di poter assaggiare il frutto del loro lavoro? La secolare esperienza dei nostri avi ci porta a visitare i vecchi frantoi, un mondo quasi fiabesco che a momenti ci porta a dire, come nell’inizio di ogni fiaba,”c’era una
volta un vecchio frantoio”. Ma come in ogni fiaba che sirispetti il finale è sempre lieto. Anche se il numero dei frantoi sul territorio calabrese, nel corso degli ultimi cinquant’anni, è andato riducendosi in maniera drastica, a seguito di una marcata industrializzazione, il vecchio frantoio esiste tuttora. In qualche contrada calabrese ancora oggi è possibile vedere grosse macine, presse e vasche da olio, a ricordo di un passato che non è ancora passato. Guadare il frantoio, quasi come un reperto, fa riflettere su come l’uomo riesca a creare qualcosa che rimane intatta nonostante il passare del tempo. In quelle rovine si possono scorgere uomini d’oggi che lavorano come uomini di ieri noncuranti dei secoli che li dividono, suggellando un unione, quella tra l’uomo calabrese e la vita del frantoio, praticamente indissolubile.

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